Informazioni personali

X è Chi se ne frega dei trend, dei cliché, delle etichette, degli stereotipi. Chi se ne frega di cosa potrebbero dire gli altri, chi fa perché gli va non perché deve. X è Chi ogni tanto sa spararsi un bel ECHISENEFREGA perché c'è sempre una soluzione a tutto.

lunedì 19 settembre 2011

Doppia Coppia

Se dovessi citare il proverbio che più mi rappresenta, direi tristemente: megghiu diri chi saccio che diri chi sapìa, che mi dicono avere un gemello inglese in better safe than sorry. Il trionfo della prudenza sull'audacia, della linearità sulle paraboliche. Ma se mi chiedessero di descrivere la mia ragazza ATB (dove TB sta per "The Brain") con una frase, non avrei dubbi, mi basterebbe riportare un detto che lei stessa mi ha insegnato: A pensare male si fa peccato ma si indovina sempre. 

Sta calando l'ombra sulla spiaggia in qui siamo soliti andare e ci stiamo godendo gli ultimi riflessi di luce sul mare prima che il sole s'inzuppi come pan di spagna nel rhum. Improvvisamente una ragazza in pieno stile centro sociale sbuca dal nulla per chiedere da accendere ai bagnanti sfoggiando due tettine che mio cugino definirebbe a succhio con tanto di rumore, mentre il ragazzo si mette a suo agio su una sdraio. Due piercing sfavillanti le trafiggono i morbidi noccioli rosa scuro calamitando l'attenzione della spiaggetta. Ne seguiamo tutti un po' le movenze scansionando da testa a piedi la fanciulla che sembra un bel peperino. È quasi ora di prepararsi per la cena e io e ATB ci incamminiamo per andare via. Casualmente sento la ragazza confidare al fidanzato: "Se fino a qualche anno fa mi avessero detto che avrei avuto il coraggio di mettermi in top-less non ci avrei creduto..." e ATB: "Cosa vorrebbe farci credere che i piercing se li è fatti per guardarseli allo specchio?!?" e Io emulando una vocina falsamente pudica: "... poi, da quando l'ho preso in (.) non mi frega più nulla!" E ancora ATB: "nel (.)?! vorrai dire nell'ombelico!?!" Beh, effettivamente la tipografia lasciava intendere anche quello.

Dio li fa e poi li accoppia. Questo è il proverbio che ci accomuna tutti.

giovedì 15 settembre 2011

La sanità colpisce ancora.

Da qualche mese mi fa male il piede SX. Perciò decido di rivolgermi al mio medico curante. Gli dico quali dolori avverto e se non è il caso di fare una risonanza magnetica. Ma lui se ne frega delle mie lungimiranti affermazioni e inflessibile dichiara: "NO! Vai dall'ortopedico che magari visitandoti ti dice subito qual è il problema." Quindi mi prenoto alla Casa di Cura San Francesco aggirando le tempistiche epiche degli Ospedali Riuniti (di qui ho già parlato qua) anche se il nome della clinica mi fa sentire ancora più vecchio e povero proiettandomi in un futuro mooolto prossimo. La prima novità che mi salta subito all'occhio è che il ticket è AUMENTATO di 6€ grazie al DGR della nuova finanziaria. Vabeh. Quindi mi precipito subito dall'ortopedico per la prognosi. Il dottore che ha la fisionomia di un muratore bulgaro mi stringe il metatarso chiedendomi se sento dolore e io: "Dottore, con quella stretta da tornitore mi farebbe male anche se fosse sano!" Lui mi dimostra immediatamente che sono un cazzaro esercitando la stessa pressione in un altro punto. In breve appura che c'è solo un modo per approfondire la questione: fare una risonanza. Non è che ci volesse la laurea, né tanto meno una visita specialistica. Per tanto ai 28,50 appena devoluti ne devo aggiungere altri 57 perché devo ripassare con l'esito dell'RMN. Scendo giù per prenotarmi ed evinco che l'impiegata dispensa fantasie geografiche perché la sera usa il limoncello al posto del colluttorio. Dai documenti nota che sono nato ad Erice e compiacendosi mi dice: "Fantastica Erice, mi è rimasta nel cuore. Ci sono stata un po' di tempo fa. Tra l'altro quella sera si riusciva a vedere l'Etna mentre eruttava!" L'affermazione mi tramortisce a tal punto che quasi quasi mi prenoto pure per una TAC. Caspita, uno non si può allontanare 5 anni dalla Sicilia che la tettonica a zolle ti stravolge l'assetto insulare. Ma vuoi vedere che nel frattempo le Egadi sono state accorpate alle Eolie e che ora fanno parte del Commonwealth? Ok, vorrà dire che per le prossime ferie proverò ad andare a Catania nel tentativo di scorgere la Torre di Ligny.

lunedì 5 settembre 2011

Più tosto di così.

Come si dice a Roma “sono il nonno di me stesso”. Invece di condurre una vita dannata, alla veneranda età di 30 anni più che altro faccio una vita d’annata, perché in effetti sono sempre stato la sintesi dei miei nonni. Da quello paterno ho preso il nome e niente più con profondo rammarico di chi, con la speranza di avere un figlio placido, credeva che ne avrei ereditato anche l’indole. Mentre è al nonno materno che devo il mio pessimo carattere.

Nonno Carmelo era un personaggio, mia nonna se ne invaghì perché era un figo e non perché avesse avuto modo di conoscerlo davvero prima di sposarlo. Era uno di quelli che non doveva chiedere mai, moro dagli occhi cerulei, temprato dalla prigionia in Africa durante la seconda guerra mondiale e testardo come un mulo. Amava la pesca più del suo lavoro e appena poteva scappava al molo per concludere la giornata senza neanche togliersi la divisa. Almeno così ricorda sorridendo mio padre che quasi riponeva la sua in un tabernacolo. Mio Nonno era un tipo riservato, di poche parole, scorbutico a tal punto da aver creato con i suoi tre figli un rapporto di ossequioso distacco. Sapevano tutti come era fatto, era rumuliune (lamentoso, come me), chiedeva rispetto e nulla più essendo un vegliardo vecchio stampo. Ma spesso se ne usciva con delle frasi che ti strappavano un sorriso istantaneo e che, a pensarci, ti fanno ridere ancora oggi.

Come nelle migliori tradizioni meridionali la vita a casa dei nonni ruotava intorno alla cucina, qui tutto iniziava e si concludeva. Nella vecchiaia mio nonno Carmelo si era prefissato un unico obiettivo: rompere il cazzo a mia nonna. Unico interesse che riusciva a distoglierlo dalla pesca, dai telegiornali e dai film di Stanlio e Onlio. Ma in realtà era punzecchiandola che le dimostrava il suo affetto non essendo tipo da smancerie. Durante le mie innumerevoli merende consumate davanti un piatto di pani cunsatu spesso compariva da dietro la tenda che separava la cucina dal soggiorno. Squadrava la situazione, immobile, in silenzio, come in un blitz, e poi dava il via allo show con un cenno dell’occhio. Attratta la mia attenzione mi strizzava l’occhio per dirmi “sta a vedere come faccio incazzare tua nonna”, ovvero come ti scombussolo la quiete. E iniziava a lamentarsi dicendole “taliàtila ch’è bedda, sempri chi pistìa. Si licca e spairduna!” (i.e: guardatela, mangia in continuazione, golosa e spendacciona) e da lì partiva un alterco di pochi minuti da cui mio nonno usciva compiaciuto per aver colto nel segno con quelle quattro parole chiave che sapevano ferirla davanti i miei occhi che, buttati al cielo, dicevano “siamo alle solite”. E tutto questo solo perché lui era riuscito a coglierla in flagrante mentre apriva un stipetto. Una volta trovò mia sorella sui libri e le chiese cosa stesse facendo. Lei gli rispose che stava studiando e lui replicò: “Anch’io staju sturiannu, ma come haju a fare diventare folle to’ nonna”. Ma è nei pomeriggi più irrequieti che dava sfogo alla sua scattusarìa (soperchieria) molesta mettendo su La banda. Convocava me e mia sorella in disparte e reperite un po’ di pentole e qualche stoviglia sotto gli occhi sconfortati di mia nonna - addiu, ruvinati semu – ci conduceva in giro per la casa percuotendo i coperchi e cantando a squarcia gola. Mio nonno nella vecchiaia aveva preso una decisione tanto ferrea quanto impopolare, aveva deciso di non mettere la dentiera. Si era arreso al declino fisico cercando di aggirare il problema della masticazione con uno stratagemma: voleva che la pasta cuocesse 5 minuti in più che per gli altri commensali. Amava gli spaghetti al sugo e voleva mangiarli nell’insalatiera. Inutile raccontare la gittata di quei risucchi che ogni domenica ci costringevano ad ammassarci in maniera angusta e convulsa agli antipodi del tavolo. E sempre in cucina avveniva la consueta partita a pernacchio con sua moglie o il malcapitato di turno. Lui era l’avversario più incallito nonostante non fosse dei più strategici. Finiva sempre a carte all’aria se non vinceva lui e avrebbe imbrogliato il diavolo pur di non essere sconfitto. Si narra che proprio durante una di queste partite sparò una di quelle battute destinate a rifulgere negli annali delle minchiate di casa mia. Durante una mano di pernacchio sollevò una natica per consentire uno sfiato e in confidenza con il deretano lo rassicurò così: “Mariiia e comu fai, e ora ti portu a cacari.”

Mio nonno era uno che non rompeva i coglioni agli estranei perché non li voleva rotti. Se ti avvicinavi per sussurrargli qualcosa all’orecchio ti ammoniva con diffidenza “Chi bboi? ‘u riavolo t’alliscia quannu voli l’anima!...”  Io lo ammiravo perché se ne fregava delle etichette andando dritto per la sua strada, consapevole di non far male a nessuno. Una coppola, la giacca della tuta, un pantalone cinto alla buona e un paio di mocassini di cotone blu e tutto il resto era superfluo nonostante una buona pensione da appuntato. Se qualcuno gli faceva un torto scompariva per settimane, partiva alla volta del terreno di San Vito a dispetto dell’inverno. Mentre restava a Trapani d’estate. Sempre controcorrente (da chi potevo prendere?). Poiché la sua Renault 19 stazionava immacolata nel garage, ferma ad ingolfarsi in qualità di giaciglio pomeridiano, armava il vespino rosso con le immancabili parature da pesca. Così prendeva e partiva per la sua avventura di 40 km.  Una persona normale impiegava 45 minuti, lui impiegava un’ora e mezza. Se la godeva sotto quegli occhiali da sole anni 70 di mia madre che aveva riesumato non so dove. Gli avevo detto: “Nonno, potresti almeno togliere quello strato di polvere che ti annebbia la vista!” Mi rispose: “Ma quannu mai, accussì pozzu taliàri senza essiri taliatu”. A San Vito aveva riportato i suoi maggiori successi di pesca. Sebbene la sera io e mio cugino andassimo a sfotterlo per scroccargli una fetta di pizza e lui fingesse di riepilogare le spese per trattenerci nell’attesa che qualche pesce abboccasse, al molo godeva di una fama che ci rese orgogliosi di essere suoi nipoti. Un tale ci disse: “’U Zù Caimmelo, cà è ‘ u mastro.” Aveva una barca in legno in cui metteva i suoi trofei (le anguille), un secchio paglierino scolorito per le cicale di mare, una bacinella blu per le vongole, un barattolo di vecchie guarnizioni idrauliche per la trimulina. Quando lo vedevamo partire con gli stivaloni ascellari in plastica verde e il pentolone con il fondo di vetro ci fregavamo le mani pregustando già una bella padellata di vongole al sugo. Peccato che pochi giorni dopo arrivava puntualmente la disdetta. Come sempre aveva venduto tutto in pescheria.

Mio nonno ai rapporti interpersonali preferiva quello con gli animali: cani, pesci, uccelli. Peccato che nessuno gli avesse mai spiegato che al canarino la fetta di salame non si dà, a meno che poi nel beverino non metti un Alka Seltzer. Le ultime immagini che ho impresse nella memoria lo ritraggono su uno di quegli sgabelli in legno che amava costruire, appoggiato alla muro di casa, sul marciapiede, all’ombra di quell’afa pomeridiana che sfiacca anche i più duri. Lo vedo lì, pensieroso che guarda i piccioni beccare le sue molliche.

Mio nonno se n’è andato all’improvviso, quando sembrava che nessuno lo avrebbe mai abbattuto. Fu un fulmine a ciel sereno perché nel suo essere personaggio a volte scomodo e imprevedibile faceva parlare di sé e ci riesce tutt’ora. Probabilmente anche lui è stato colto di sorpresa perché durante i litigi con mia nonna, consapevole del proprio caratteraccio, sosteneva che sarebbe morto dopo di lei perché "erba tinta ‘un more mai". Nel letto dell’ospedale in cui era stato ricoverato per qualche accertamento, come ultimo gesto di commiato, allungò la mano verso mia nonna per regalarle quella carezza che le aveva sempre negato perché non vi era avvezzo. Mia nonna gli rispose: “Dovrebbe essere sempre così.” Quando mi dissero che era morto provai uno strano senso di nervosismo, era dispiacere e non pensavo che ne avrei provato così tanto per una persona che nel bene o nel male aveva colorito le nostre giornate in maniera intermittente.

Di lui ci ricordiamo sempre una frase che soleva ripetermi: “Ma chi ni facisti di tutti ‘i lignati chi ti retti to’ patri?!?” Non si capacitava di come riuscissi ad essere così impertinente nonostante l’educazione ferrea che mio padre cercasse di impartirmi. Lui invece si era permesso di darmi solo uno schiaffo. Quando, a dir suo, stavo per fargli cadere un’àncora addosso. Davanti gli occhi attoniti di mia madre e mia nonna non sapeva come scusarsi per quanto accaduto. Un unico schiaffo indelebile.